A fine ottobre il lago restituisce silenzio, nebbia leggera e una luce che non si trova d'estate.
A fine ottobre il Lago di Como cambia voce. I motoscafi tornano nelle darsene, i pontili si svuotano, le terrazze degli alberghi ritirano gli ombrelloni. Resta l'acqua, ferma come una lastra. Resta una nebbia sottile che al mattino si appoggia sulle montagne e verso mezzogiorno si ritira, lentamente, come chi non ha fretta.
È il lago di chi resta. Non quello delle cartoline estive, ma quello che si concede soltanto a chi arriva quando gli altri sono già partiti.
La villa sulla punta
Sulla sponda occidentale, a Lenno, la penisola del Dosso d'Avedo si allunga nell'acqua come un dito che indica qualcosa. In cima c'è Villa del Balbianello. Il cardinale Angelo Maria Durini la trasformò in villa di villeggiatura alla fine del Settecento, partendo da un antico convento francescano. Due secoli dopo arrivò Guido Monzino, esploratore, guida della prima spedizione italiana sull'Everest. La riempì di mappe, slitte, ricordi di viaggio. Alla sua morte, nel 1988, la lasciò al FAI insieme a gran parte della penisola.
Il cinema se n'è accorto: Casino Royale, nel 2006, ha girato qui alcune delle sue scene più distese. Ma il Balbianello non ha bisogno di un film. Ha bisogno di una mattina d'autunno, di una loggia aperta sul lago, di qualcuno che sappia guardare senza fotografare tutto.
Monzino aveva capito una cosa che vale anche per il modo di vestire: una casa, come un guardaroba, racconta chi siamo soltanto se è costruita con oggetti scelti, non accumulati.
Dall'altra parte del lago, Bellagio chiude le sue botteghe una dopo l'altra. I battelli passano più radi, con pochi passeggeri a poppa, il bavero alzato. Le facciate delle ville, ocra e rosa, perdono il riflesso dell'estate e prendono quello del cielo. È una bellezza meno generosa, più asciutta. Bisogna andarle incontro. Ed è proprio per questo che resta.

Vestirsi per la luce bassa
L'autunno sul lago chiede strati, non volumi. Al mattino c'è umido, a mezzogiorno il sole scalda la pietra, alle cinque l'aria si fa di nuovo fredda. Serve un guardaroba che si apra e si chiuda come una finestra.
La Giacca Craig in lana spazzolata è nata per questa luce. La superficie leggermente morbida trattiene il calore e assorbe il riflesso dell'acqua invece di respingerlo. Sotto, la Maglia Rahm in lana e cashmere, con il collo che sale quanto basta: abbastanza calda per il battello del mattino, abbastanza sottile per il pranzo al chiuso. Il Pantalone Basquiat in lana chiude la figura con una linea pulita, che regge una passeggiata sul lungolago e una cena senza bisogno di cambiarsi.
Per la sera, quando la nebbia ritorna, il Cappotto Nicholson. Scuro, lungo, senza dettagli che chiedano attenzione. Il tipo di capo che si indossa una volta e si continua a indossare per anni.
Nessuno di questi capi è pensato per una stagione sola. Sono pensati per un uomo che torna negli stessi luoghi e trova ogni volta qualcosa di diverso, perché è lui ad essere cambiato.
A novembre molte ville del lago chiudono i cancelli fino alla primavera. È il momento giusto per andarci un'ultima volta: con un libro, una giacca che non teme l'umidità, un tavolo vicino alla finestra e nessun programma per il pomeriggio.
Il lago d'autunno non si visita. Si abita, anche solo per un giorno.
Articolo editoriale indipendente. AUTORE non è affiliato a FAI – Fondo per l'Ambiente Italiano, né a Eon Productions o ai produttori di Casino Royale.
